Enrico IV e il massacro della Saint-Barthélemy, poi prigioniero alla corte

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Enrico IV e il massacro della Saint-Barthélemy: come questo episodio si inserisce nella vita di questo re. Questo articolo prosegue con « La giovinezza tormentata di Enrico IV nelle guerre di religione fino al giorno del massacro della Saint-Barthélemy ».

La storia di Enrico IV non può essere riassunta in un solo articolo. L’abbiamo quindi suddivisa in 5 articoli consecutivi e complementari:

  • La giovinezza tormentata di Enrico IV nelle guerre di religione
  • Enrico IV e il massacro della Saint-Barthélemy
  • Enrico IV e la riconquista del trono
  • Enrico IV fino a e oltre il suo assassinio
  • Ravaillac, il parricida di Enrico IV

Una tregua di cinque giorni prima del massacro della Saint-Barthélemy e la ripresa della guerra civile

In soli cinque giorni sono successe molte cose: tra il matrimonio di Enrico di Navarra e il massacro della Saint-Barthélemy.

Il matrimonio di Enrico III di Navarra con la sorella del re Enrico III di Francia

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Il matrimonio tra Enrico di Navarra e Margherita di Valois si svolse come previsto il 18 agosto 1572, nonostante la morte improvvisa di Giovanna d’Albret il 9 giugno 1572 (circolarono voci su un possibile avvelenamento). Il contratto di matrimonio tra Enrico e Margherita fu firmato l’11 aprile. Si trattò di un matrimonio di convenienza, che Giovanna d’Albret (madre di Enrico di Navarra) accettò a malincuore, organizzato tra suo figlio e Margherita di Francia (1553-1615), terza figlia di Caterina de’ Medici (madre di Carlo IX) e sorella del re Carlo IX. Margherita di Francia sarebbe passata alla storia come “la regina Margot”.

Questo matrimonio fu l’occasione per sontuose feste alle quali furono invitati tutti i grandi del regno, compresi i protestanti, in uno spirito di concordia e di riconciliazione.

Un gran numero di gentiluomini protestanti vennero per scortare il loro principe. Ma Parigi si rivelò una città fieramente antiugonotta, e i parigini, cattolici fino al fanatismo, non accettarono la loro presenza. Alla vigilia del massacro, il 10% della popolazione francese era protestante.

Ma l’atmosfera è pesante di minacce

Gli invitati al matrimonio, cattolici e ugonotti (soprannome dei protestanti), sono in apprensione di fronte alle voci di una guerra imminente contro la Spagna cattolica del re Filippo II.
Da diversi mesi, l’ammiraglio Gaspard de Coligny, capo dei protestanti e principale consigliere del re, cercava di convincere Carlo IX a invadere le Fiandre, possedimento spagnolo.
Ma i capi della fazione cattolica, i fratelli di Guisa e il duca d’Angiò, fratello del re Carlo IX (che in seguito gli succederà con il nome di Enrico III), rifiutavano categoricamente questa guerra. Caterina de’ Medici, la regina madre, non era favorevole neppure lei.

Le rivalità tra le grandi famiglie tornarono a galla. I Guisa non erano disposti a cedere di fronte ai Montmorency. Francesco, duca di Montmorency e governatore di Parigi, non riuscì a controllare l’agitazione urbana. Cedendo al pericolo che regnava nella capitale, preferì lasciare la città alcuni giorni dopo il matrimonio.

Ed è in questo clima incerto che, quattro giorni dopo le nozze, avvenne l’attentato contro l’ammiraglio Coligny, seguito il quinto giorno dal massacro dei protestanti durante la Saint-Barthélemy.

L’attentato contro l’ammiraglio ugonotto Coligny

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L’attentato perpetrato contro l’ammiraglio ugonotto Coligny da un capitano guascone fu l’evento scatenante del massacro della Saint-Barthélemy. Quattro giorni dopo le nozze, poco prima di mezzogiorno del 22 agosto 1572, un colpo di moschetto, attribuito a un certo Maurevert, fu sparato contro Gaspard de Coligny (capo degli ugonotti) mentre usciva dal Louvre per recarsi alla sua residenza privata in rue Béthizy.

L’ammiraglio se la cavò con l’indice della mano destra strappato e il braccio sinistro squarciato da una pallottola che rimase conficcata nella carne. Nonostante le raccomandazioni di Coligny, i capi protestanti esigevano giustizia. Al palazzo del Louvre, dove risiede il re di Francia, Caterina de’ Medici temeva di essere sopraffatta dai capi cattolici, che rimproveravano alla monarchia di essere troppo indulgente con i protestanti.

I sospetti si concentrarono rapidamente su alcuni membri della famiglia di Guisa (parte cattolica), e si parlò di complicità della regina madre, Caterina de’ Medici (probabilmente a torto). Perché questo attentato? Forse per sabotare il processo di pace avviato con il matrimonio di Enrico di Navarra. Ma i più esaltati vi scorsero una punizione divina…

Il massacro della Saint-Barthélemy

Il sabato 23 agosto 1572, verso sera, il re Carlo IX riunì i suoi consiglieri (« il piccolo consiglio ») per decidere come agire. Erano presenti il duca d’Angiò, il guardasigilli René de Birague, il maresciallo di Tavannes, il barone di Retz e il duca di Nevers.

È molto probabilmente durante questa riunione che fu decisa l’applicazione di una « giustizia straordinaria » e l’eliminazione dei capi protestanti (benché nessun documento confermi con certezza che questa decisione vi fosse presa). L’idea era di assassinare i capitani di guerra protestanti risparmiando i giovani principi del sangue, vale a dire il futuro Enrico III di Navarra e il principe di Condé.

Nella notte tra sabato 23 e domenica 24 agosto 1572, ebbe inizio il massacro dei capi protestanti. Il « commando » del duca di Guisa fu inviato in rue de Béthizy, all’hotel dell’ammiraglio di Coligny, che fu strappato dal letto, finito a colpi d’arma da fuoco e poi defenestrato. I nobili protestanti alloggiati al Louvre furono evacuati dal palazzo e massacrati nelle strade circostanti (tra cui Pardaillan, Saint-Martin, Bources, Armand de Clermont de Piles, Beaudiné, Puy Viaud, Berny, Quellenec, il barone du Pons). Duecento nobili ugonotti, giunti da tutta la Francia per assistere al matrimonio reale, furono così massacrati e i loro corpi ammucchiati nel cortile del Louvre. I cadaveri vennero poi trascinati nudi per le strade prima di essere gettati nella Senna. Alcuni capi protestanti, avvertiti in tempo, riuscirono a fuggire, inseguiti dalle guardie del duca di Guise.

Le truppe di Guisa si diressero poi contro i capi protestanti alloggiati nel sobborgo di Saint-Germain (che, all'epoca, si trovava ancora fuori dalle mura della città). Il contrattempo causato dalla chiusura delle porte della città e dalla sparizione delle loro chiavi permise ai protestanti di organizzare una reazione e di fuggire (come Jacques Nompar de Caumont o Gabriel de Montgommery).

Questi assassini costituirono il «secondo atto» del massacro.

Il massacro della Saint-Barthélemy si estende a tutta la popolazione

Domenica 24 agosto: la situazione sfugge a ogni controllo. Questo «terzo atto» ebbe inizio durante la notte. Quando i parigini, svegliati dal tocco delle campane, scendono in strada, apprendono l'entità del massacro. L'indignazione è immediata. Nelle vie della capitale, ciascuno aggredisce i protestanti che incontra. Gli assassini dei capi protestanti si trasformano in un bagno di sangue generalizzato che colpisce tutti i protestanti, senza distinzione di età, sesso o rango sociale. La mattina del 24 agosto 1572, il re ordina la fine del massacro, ma invano. Prende diverse misure per ristabilire l'ordine, in un vano tentativo di proteggere le vite minacciate. Invia in particolare il duca di Guisa e il duca di Nevers a proteggere i protestanti di alto rango o di status particolare. Le uccisioni durano diversi giorni, nonostante i tentativi del re di porvi fine.

Martedì 26 agosto: Carlo IX si rivolge al parlamento di Parigi. Egli si assume la responsabilità dell’assassinio dei capi protestanti. Dichiara di voler: « impedire l’esecuzione di una sciagurata e detestabile congiura ordita dal suddetto ammiraglio [Coligny], autore e istigatore di essa, e dai suoi complici e seguaci, contro la persona del re, il suo Stato, la regina sua madre, i signori suoi fratelli, il re di Navarra, i principi e i signori che li circondano. »

A Parigi, i cadaveri vennero gettati nella Senna, tingendo il fiume di rosso. Il corso d’acqua faceva una curva all’altezza dell’attuale torre Eiffel; un’isola, l’isola Maquerelle, funse da sbarramento. Centinaia di morti vi si accumularono, per essere poi frettolosamente seppelliti in una fossa comune.

Numerosi corpi erano stati mutilati, evirati e i loro volti sfigurati.

Le città di provincia diedero il via ai propri massacri. Già il 25 agosto, la carneficina raggiungeva Orléans (dove si stima siano morte circa 1.000 persone), poi Meaux; il 26, La Charité-sur-Loire; il 28 e 29, Saumur e Angers; il 31, Lione, e così via.

Nel giro di due mesi, i massacri della Saint-Barthélemy si estesero ad altre città del regno. In totale, circa 10.000 protestanti (secondo alcune stime fino a 30.000) sarebbero periti in questi eventi in tutto il paese. La Saint-Barthélemy lacerò il regno, le sue famiglie e il tessuto sociale.

Enrico IV e la Saint-Barthélemy

Enrico IV e la Saint-Barthélemy: il giorno in cui rischiò di morire.

Risparmiato dal massacro grazie al suo rango di principe, Enrico fu costretto a convertirsi al cattolicesimo poche settimane dopo. Messo agli arresti domiciliari alla corte di Francia, si schierò politicamente al fianco del fratello del re, Francesco d’Alençon, e partecipò, contro gli ugonotti, all’assedio di La Rochelle (1573).

Sully: il più fedele compagno di Enrico IV sfugge anch’esso al massacro della Saint-Barthélemy

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Proveniente da una famiglia protestante del nord della Francia, Massimiliano di Béthune (detto Sully) sfuggì al massacro della Saint-Barthélemy (1572) fin dalla più tenera età, nascosto dai suoi maestri al Collège de Bourgogne.
Diventò rapidamente un membro dell’entourage di Enrico di Navarra, il futuro Enrico IV. Lo seguì quando questi riuscì a fuggire dalla corte nel 1576. Nel 1590 rimase gravemente ferito durante la battaglia di Ivry, durante l’ottava guerra di religione.

Enrico III di Navarra prigioniero alla corte di Francia

Per quasi quattro anni, dal massacro della Saint-Barthélemy, Enrico di Navarra rimase prigioniero alla corte di Francia.

Il partito dei « Malcontenti »

Già il giorno dopo la strage della Saint-Barthélemy si formò una terza fazione, quella dei « Malcontenti* », detti anche « Politici ». Cattolici moderati, condannavano gli eccessi della Lega, respingevano l’influenza della Spagna sul regno di Francia e auspicavano il ristabilimento dell’unità del paese sotto l’autorità del re. I loro capi erano il duca d’Angiò e la famiglia dei Montmorency. L’editto di Beaulieu fu la loro prima grande vittoria. Negli anni successivi, favorirono l’avvento di Enrico IV.

*La Congiura dei Malcontenti fu un complotto fallito volto a far evadere Francesco d’Alençon (fratello del re) e Enrico di Navarra (futuro Enrico IV) dalla corte di Francia. Venne organizzato in due riprese alla fine di febbraio e all’inizio di aprile del 1574 da un gruppo di nobili cattolici e protestanti scontenti della politica governativa.
I congiurati miravano a sottrarre il potere a Caterina de’ Medici, rovesciare il governo e fare di Francesco d’Alençon l’erede al trono di Francia al posto del fratello maggiore Enrico d’Angiò, divenuto re di Polonia l’anno precedente (e che sarebbe poi diventato re di Francia con il nome di Enrico III). Questa cospirazione si inseriva nel solco dell’indignazione suscitata dal massacro della Saint-Barthélemy e segnò l’inizio della quinta guerra di religione (1574-1576).

Enrico di Navarra partecipa a un tentativo di colpo di Stato fallito

Dopo aver preso parte ai complotti dei Malcontenti, fu imprigionato insieme al duca d’Alençon nelle segrete di Vincennes (aprile 1574). Il duca d’Alençon era fratello del re, prematuramente scomparso per tubercolosi nel 1584, fatto che rese Enrico di Navarra l’erede ufficiale della corona di Francia alla sua morte. Con l’avvento di Enrico III (fratello di Carlo IX, deceduto il 30 maggio 1574), ottenne un nuovo perdono dal re a Lione e partecipò all’incoronazione di Enrico III a Reims il 13 febbraio 1575, sfuggendo così alla pena di morte, ma rimanendo comunque trattenuto alla corte.

La fuga di Enrico di Navarra dalla corte di Francia

Ospite di Caterina de’ Medici, viveva al Louvre, ostentando un’indifferenza allegra e un disinteresse per gli affari del regno. Ma era giunto il momento per l’erede della casa di Borbone di prendere in mano il proprio destino e influenzare risolutamente il corso degli eventi. Se il futuro Enrico IV fuggì, fu per raggiungere il suo popolo e guidare il partito ugonotto.

La fuga del duca d’Alençon

Signore, duca d’Alençon, lasciò la corte il 15 settembre 1575, lasciando Enrico di Navarra, suo cognato e alleato, nelle mani di Caterina de’ Medici e di Enrico III. Da allora, i suoi sostenitori, i cattolici moderati, si avvicinarono ai protestanti. La presenza del fratello del re, il duca d’Alençon e erede al trono, a capo delle forze coalizzate costrinse Caterina de’ Medici a negoziare. Il duca impose le sue condizioni e, nel novembre 1575, fu firmata una tregua. Enrico di Navarra sapeva che avrebbe dovuto unirsi alla coalizione se avesse voluto giocare un ruolo di primo piano.

Ma come fuggire dalla corte? Dopo la fuga di Monsieur, Enrico di Navarra era sorvegliato ancora più strettamente dalle guardie più fedeli di Caterina de’ Medici e dall’élite del suo « squadrone volante », incarnato da Madame de Sauve. Sembrava impossibile sventare questo piano.

La falsa fuga di Enrico di Navarra

Nelle settimane che precedettero la sua fuga, Enrico di Navarra seminò il dubbio su una possibile partenza. Il 1° febbraio 1576, fece finta di sparire. La corte si preoccupò. Si giurò che il Bearnese avesse raggiunto la coalizione. Ma il giorno dopo, ricomparve, allegro e in stivali come se fosse tornato dalla caccia. Davanti a Enrico III, denunciò l’indignità di quelle voci e assicurò che non si sarebbe mai allontanato da Sua Maestà. Eppure, quella stessa sera, il Bearnese preparava attivamente la sua fuga.

La vera fuga di Enrico di Navarra

Per distrarre l’attenzione, si recò dal duca di Guisa nel suo hôtel du Marais. Una volta terminato l’incontro, Le Balafré andò a riferire al re. Era chiaro che Enrico di Navarra volesse restare alla corte.

Il 3 febbraio 1576, Navarra fece sapere che sarebbe andato a caccia nella foresta a nord di Senlis, come suo solito. Accompagnato dal luogotenente e dal capitano delle guardie, spie della regina madre, inseguì il cervo. La mattina seguente, rimandò i due uomini chiedendo loro di consegnare al re un biglietto in cui spiegava di non poter più sopportare la bassezza della corte e preferiva lasciare Parigi. Enrico III acconsentì. Il Bearnese e i suoi compagni si lanciarono al galoppo attraverso la foresta di Montmorency. Dopo più di tre anni trascorsi come ostaggio alla corte di Francia, approfittò dei disordini della quinta guerra di religione per fuggire il 5 febbraio 1576. Quel giorno, Enrico di Navarra e i suoi compagni attraversarono la Senna e galopparono verso ovest. Il Bearnese era finalmente libero di raggiungere i suoi.

Tre mesi di vagabondaggio prima della decisione

Per tre mesi, il re di Navarra diede l’impressione di non voler raggiungere il campo protestante e esitò. Questa esitazione fu di breve durata. L’arrivo di sua sorella Caterina sembrò ridargli fiducia nella vittoria. Mentre galoppa verso i suoi amici, Enrico riflette sul destino del regno di Francia. Il re Enrico III non ha ancora discendenti, e la sua salute è precaria. Il duca d’Angiò, suo fratello e erede al trono, non se la passa meglio. Enrico di Navarra è ormai certo che il suo futuro gli appartenga.

Scopri la storia di Enrico IV in « Enrico IV e la riconquista del trono ».